04 gen 2014

Intervista a Marco Di Vaio: "Il 26 maggio ho visto la partita con Nesta."

Ringrazia dopo aver parlato di Lazio. Perché sono i suoi colori, Roma è la sua casa, anche se il futuro lo ha portato e lo porterà lontano, impossibile recidere certe radici. Marco di Vaio non lo nasconde, "il mio essere laziale l'ho sempre dichiarato" racconta ai microfoni di Radiosei. Il suo essere laziale, il suo essere cresciuto con questi colori, partendo nel 1991 dal vivaio biancoceleste, dove la storia nasce e si intreccia per la prima volta con il compagno e poi amico Alessandro Nesta. E poi una carriera  che lo vede spostarsi di città in città, ma nel cuore solo quei colori, solo il volo dell'aquila: "Non ho mai avuto una squadra che mi ha rubato il cuore come la Lazio, solo il Bologna mi ha ridato quello che provavo a Roma, sentirsi al centro di un progetto. A Bologna mi è sembrato di rivivere l'esperienza di Beppe Signori alla Lazio quando io militavo nella Primavera.

 Ma la Lazio è casa mia, la mia gioventù. Sarei stato felice di tornare a Roma, ciò che probabilmente vivrò a Bologna sarebbe bellissimo viverlo a Roma"
Com'è il presente e quale sarà il futuro di Marco Di Vaio? "Ho un contratto di un anno al Montréal Impact, poi ho una situazione in piedi con il Bologna, vedremo... Con la famiglia stiamo a Bologna, mia moglie è tornata in Italia e ci siamo stabiliti là.  Mi piacerebbe avere un posto all'interno della dirigenza ma mi piacerebbe anche lavorare nel settore giovanile. Scoprire nuovi talenti è un'esperienza che mi attrae". 

Al Montréal si sono rintrecciati i fili di due storie biancocelesti... "Con Alessandro Nesta ci siamo ritrovati dopo 20 anni, abbiamo iniziato insieme e abbiamo finito insieme. L'ultima partita da professionista, in campo c'ero anch'io, lo omaggiarono allo stadio. Abbiamo fatto un anno e mezzo insieme, facevamo tutto insieme. Quando parliamo di Lazio, ci sono tanti ricordi, la nostra infanzia, lui ha avuto la fortuna di essere il capitano della squadra che abbiamo sempre tifato. Siamo partiti insieme dalla Primavera, abbiamo iniziato insieme questa esperienza, siamo cresciuti insieme"


Cos'è stato per te il vostro primo allenatore, Domenico Caso? "Per me e per Alessandro è stato l'allenatore più importante che abbiamo avuto, non eravamo niente, lui ci ha aiutato a crescere in maniera esponenziale, ci ha fatto capire cosa significa essere professionisti. Finivamo scuola e correvamo ad allenarci: facevamo tecnica, allenamento, poi palestra". 


Prima l'ingresso nel calcio dei grandi con la Lazio, poi cosa è successo? "Cragnotti voleva rendere grande la squadra, comprava tanti attaccanti, nella rosa c'era Casiraghi, c'era Rambaudi... Zeman non voleva mandarmi via, ma quando eravamo fuori in tutte le competizioni, Coppa Uefa e Coppa Italia, nell'arco di tre mesi si è dovuto arrendere. Dopo la Lazio, andai a  Verona e poi Bari, ma non feci bene.  A Verona ho avuto un momento difficile, ebbi un infortunio, a Bari ho avuto una stagione disastrosa. Poi mi chiamò il mio procuratore per dirmi che la Salernitana voleva comprarmi o avermi in prestito, gli dissi che volevo andare, avevo bisogno di dimostrare di che pasta fossi fatto. Poi andai a Parma e poi passai alla Juventus. Lì trovai un muro altissimo da superare, tanto lavoro per adattarmi. La Juventus mi ha cambiato completamente, se ancora a 37 anni gioco e mi diverto è grazie alla Juve". 


E poi il campionato estero... "Durante il secondo anno a Torino ci furono dei problemi con Lippi, arrivò la chiamata di Ranieri, mi disse che voleva portarmi a Valencia che aveva bisogno di un attaccante come me, e andai. Il primo anno andò molto bene, poi andai in prestito a Monaco. Quello fu il grande rimpianto della mia carriera: un bel posto da visitare, Monaco, ma non per giocare a calcio, quello non è calcio. Sono tornato in Italia, ricominciai a Genova in serie B, vincemmo il campionato, da gennaio a giugno feci 9 gol. E poi Bologna. Diventai un idolo. Quando arrivai a Bologna giocavo da solo, senza partner, mi sono abituato a giocare da solo. L'ambiente è bellissimo: avendo una squadra sola, tutta la città vive per questa squadra. La società invece è un po' fragile".
 
Ha mai pensato di tornare alla Lazio? "Quando ero in prestito a Monaco, mi contattò Massimo Splendore che mi chiese perché non provavo a tornare a Roma. Avevo 31 anni, mi misi in contatto con Sabatini, c'era lo spareggio di Champions League, contattai poi Lotito, e abbiamo parlato per due settimane consecutive, ma il problema era l'ingaggio. Avevo 5 anni di contratto con il Valencia, sarei arrivato a parametro 0, Lotito avrebbe dovuto pagare solo l'ingaggio, ma in quel momento lui non poteva farmi avere, nemmeno in sei anni, tutta la somma prevista nel contratto, e quindi non si fece più nulla. Li ringrazio comunque, abbiamo provato tutti a fare il massimo, anche solo sognare di tornare alla Lazio è stato bello".


Cosa ti diceva Alessandro a proposito della Lazio? "Siamo andati via lo stesso giorno, io dal Parma alla Juve, lui dalla Lazio al Milan. Ci rimase male dell'accoglienza dopo essere stato a Milano, perché lui lì non voleva andare, mentre era in viaggio verso Milano mi chiamava piangendo, Roma era casa sua. Ci rimase male per questo. Un paio di anni fa c'era la possibilità che tornasse, per lui sarebbe stato diverso tornare: io avrei dovuto compiere qualcosa, lui aveva già fatto, aveva già compiuto alla Lazio. Probabilmente non è tornato perché non era più all'altezza del campione che era stato a Roma, e ha virato verso questa nuova esperienza. Il Montréal è come il settore giovanile, ti diverti, a volte ti arrabbi sul campo, ma poi torni a casa e ti godi la famiglia".


Come avete vissuto quel 26 maggio, lontano da Roma? "Il derby l'abbiamo visto insieme, io e Alessandro a casa mia, sei ore di anticipo per il fuso orario. Il gol è stato qualcosa di unico, gli ultimi 15 minuti c'era da soffrire, parlavamo di ciò che sarebbe successo dopo, se avessimo vinto. Io l'ho vissuta in maniera più viva, non avevo mai vinto nulla alla Lazio, per Alessandro invece si sono risvegliati un sacco di ricordi". 


Quali sono stati gli attaccanti che più ti hanno colpito durante la tua carriera? "Signori è stato il massimo, una freddezza sotto porta eccezionale. Rimasi davvero impressionato anche da Crespo e Trezeguet, con cui giocai insieme. E' una grande fortuna giocare con certi giocatori, avere la possibilità quotidianamente di misurarti con la loro grandezza. Il mio idolo da bambino? Bruno Giordano".


Il tuo futuro probabilmente sarà a Bologna. Quale sarà invece il futuro per Nesta? "Alessandro vorrebbe fare l'allenatore e secondo me riuscirebbe benissimo. Quando giocava riusciva a leggeva prima le situazioni, è intelligente, un allenatore già in campo, guidava gli altri. Secondo me diventerebbe un bravissimo tecnico".


Il vivaio biancoceleste è una fucina di talenti, ragazzi come Keita Balde Diao. Che ne pensi del talentino spagnolo? "E' un giocatore che farà la differenza, ma bisogna dargli tempo. Dovrà avere la fortuna di essere seguito da un allenatore che lo indirizzi, facendolo crescere".

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