11 nov 2013

Giorgio e Cristiano Sandri ricordano Gabbo

Sei anni senza Gabriele, sei anni che è volato in cielo più alto della sua passione, la Lazio. Un tifoso strappato alla sua squadra, ma soprattutto un ragazzo strappato alla propria famiglia. Il fato, a volte, ti guarda negli occhi: lui era seduto in auto quando un proiettile lo colpì. Una storia infangata da tante versioni sporche come le mani di chi le dichiarava, poi il processo, la giustizia e il giustiziato. Ma il ragazzo non c'è più, ha lasciato un posto vuoto in Curva Nord: spesso è riempito da bandiere con il suo viso, da cori che lo ricordano, ma nemmeno a dirlo non è la stessa cosa. 

I ragazzi del Corso d'informazione sportiva de Lalaziosiamonoi.it sono andati a trovare Giorgio e Cristiano Sandri, il padre e il fratello di Gabriele. Con loro hanno parlato di come i media trattarono il caso, del rapporto con le tifoserie, della Fondazione e della lazialità.

Dal punto di vista mediatico, vi ha fatto più male il tentativo di sporcare l'immagine di Gabriele o la sentenza in primo grado?

Cristiano: “Entrambe le cose ci hanno fatto male, nell'immediato c'è stato il tentativo che ci aspettavamo: purtroppo nella vicenda era implicato un uomo delle forze dell'ordine e quindi per attutire una cosa così grave, l'attenzione è stata spostata su argomenti che non avevano nulla a che fare con l'accaduto. La cosa che ci colpì di più fu il fatto che un caso così delicato non fosse preso in considerazione in maniera importante dall'opinione pubblica. Così è stato nei 3-4 giorni successivi, poi ci siamo decisi di intervenire con una conferenza stampa perché dalla struttura della comunicazione veniva fuori una delegittimazione di Gabriele, annacquando le responsabilità di chi si era reso responsabile dell'omicidio. Dopo la sentenza di primo grado, come fratello ma anche come addetto ai lavoro visto che sono avvocato, mi sono sentito tradito: l'asticella si era spostata verso la ragione dell'imputato”.

Diciamo che i media non trattarono bene l'accaduto...
 Giorgio:Questo dovrebbe far pensare, con tanta gravità la famiglia non era al corrente della situazione. Loro avevano già capito di cosa si trattasse e dovevano pensare cosa fare e cosa dire

A che pro, è stata fatta questa scelta mediatica?
Giorgio: “C'è stato uno stato confusionale, perché era accaduto un fatto impensabile e uscirono notizie inesistenti. Probabilmente essendo coinvolto un tutore dell'ordine, prima di gettarsi in dichiarazioni di quanto accaduto, hanno cercato di prendere tempo e salvaguardare quanto meno l'operato dell'agente Spaccarotella”
Cristiano: “A questo proposito aggiungo solo che Gabriele venne a mancare alle 9:17: c'è stato un servizio mandato dal TG2 on una telefonata ricevuta dal 118, cioè l'ambulanza che doveva soccorrere mio fratello al punto blu del casello. L'operatore del 118 voleva informazioni da quello del 113 che a sua volta richiedeva l'intervento del mezzo con il medico a bordo. Le spiegazioni non arrivavano e il servizio finì con il dialogo in toscano stretto 'si è bello che capito'. Questa frase vale più di mille spiegazioni”

Dopo tutto questo, qual è il vostro rapporto con le forze dell'ordine?
Giorgio: “Io ho sempre detto che il fatto di volere giustizia e verità, non fosse una battaglia contro le forze dell'ordine. Come cittadino, l'ex agente andava perseguito per quello che aveva fatto. Io ho famigliari nelle forze dell'ordine, forse qualcun altro ha cercato sempre di dire che noi eravamo quelli che volevano fare la battaglia contro le forze dell'ordine per comodo e magari pensando che in questo modo l'agente Spaccarotella potesse venire difeso in maniera più accorata, ma non è mai stato il nostro intento”

Le forze dell’ordine hanno mai provato ad instaurare un rapporto umano con voi?
Cristiano: “Io ho avuto un rapporto basato su una grande onestà intellettuale con l’ex capo della Polizia, il prefetto Manganelli. Lui fu credo il primo a dichiarare che non ci dovevano essere giustificazioni per un episodio così grave. Quando i media parlavano di sassi nelle tasche di Gabriele, che in realtà sassi non erano, Manganelli disse di lasciar perdere queste cose, facendo capire che si trattava di stupidaggini e che le cose serie erano ben altre. C’è stato un confronto sempre onesto e io di questo gliene sono riconoscente. Si era anche instaurato un rapporto umanamente valido perché capiva benissimo la tragedia che aveva vissuto la mia famiglia per un fatto inaccettabile”

In che modo le istituzioni vi sono state vicine?
Giorgio: “A livello umano la prima persona che ci è stata vicina è stato l’ex sindaco Walter Veltroni che proclamò il lutto cittadino e ci mise a disposizione la camera ardente in Campidoglio. Poi il Presidente della Repubblica anche si è subito dimostrato colpito per quello che era accaduto”
Cristiano: “La vicenda giudiziaria però è stata condotta solo ed esclusivamente dalla famiglia e dal legale della famiglia”

Quante persone per opportunismo si sono avvicinate a voi e poi sono sparite nel nulla?
Cristiano: “Tantissime, non è nemmeno il caso di nominarle. Non le ricordo tutte, ma sono moltissime. Me l’aspettavo, non è stata un sorpresa. Ma a volte è subentrata la rabbia perché mi sono sentito strumentalizzato”

La conferenza stampa convocata nell’imminenza dell’accaduto dal questore di Arezzo Vincenzo Giacobbe, aveva la funzione di provare a giustificare quella tragedia?
Cristiano: “Quella conferenza stampa avvenuta alle 18 dell’11 novembre 2007 fa riflettere. Il prefetto non era solo, con lui c’era anche il portavoce della Polizia Roberto Sgalla. Ho sempre percepito quella conferenza come una non-conferenza, perché se vi ricordate bene fu impedito ai giornalisti di fare domande. Apro una parentesi, se in quel contesto ad un giornalista viene vietato di fare domande, un giornalista serio dovrebbe posare taccuino e penna. Non era un conferenza, era un comunicato stampa. Mi ricordo tutto quello che è accaduto quel giorno e nei giorni successivi. Percepivo uno sforzo di attutire la portata di quello che era accaduto. Si parlava ancora di colpi sparati in aria, quando invece il colpo che ha attinto la macchina di Gabriele rendeva improbabile quell’ipotesi. Ci sarebbe dovuta essere una deviazione di un piccione d’acciaio che dal cielo aveva deviato il colpo verso la macchina. Memore di alcune altre vicende, ho subito immaginato che si poteva sviluppare un certo tipo di discorso. Avevo la ferma convinzione che sarebbe uscito anche il discorso della deviazione del proiettile, non solo perché lo aveva già dichiarato il prefetto ma anche perché non bisognava far apparire un gesto così clamoroso di uno sceriffo che si era sentito in dovere di sparare in quel modo in mezzo ad un’autostrada”

Questa tragedia ha influenzato nel bene e nel male i rapporti tra le forze dell’ordine e gli ultrà?
Giorgio: “Ho imparato a conoscere i ragazzi di tutta Italia da quell’11 novembre 2007. Ho girato l’Italia in lungo e in largo, isole comprese. Ho notato che quando si parla di ultrà o di tifosi, c’è quasi un sentimento di disprezzo in chi ne parla. In qualche modo a qualcuno serve parlarne così, serve descriverli come dei delinquenti. Io ho conosciuto tanti bravi ragazzi, gente preparata, non scapestrati e ignoranti. Ho incontrato giornalisti, avvocati, dottori che la domenica vanno in curva a tifare la propria squadra. La definizione di ultrà intesa come qualcuno vorrebbe, è sbagliata”
Cristiano: “Da quell’11 novembre, a parte i gravi disordini, da censurare, che sono accaduti nell’immediato, sono state fatte tante altre iniziative, tante manifestazioni da parte dei ragazzi di curva. Non solo a Roma ma in tutta Italia. Iniziative che si sono sempre svolte nel massimo della civiltà, nel rispetto della legalità, e spesso non sono state sottolineate. Troppe volte si sottolinea la parte che non va bene, perché gli scontri fanno più notizia di una donazione del sangue da parte dei ragazzi che frequentano la curva”


A proposito di Roma, la Roma ha dimostrato in diverse circostanze di essere vicina alla vostra famiglia. Qual è stato invece l’atteggiamento della Lazio?
Cristiano: “E’ un difficile stabilire quale sia stato il comportamento della Lazio. E’ un discorso viscerale. Noi, che siamo direttamente coinvolti, ci aspettavamo sicuramente una vicinanza più concreta senza soffermarci a ricordare episodi specifici. Tuttavia in vicende come questa non si deve pretendere qualcosa se non proviene direttamente dall’anima o dal cuore. Ad ogni modo ci sono stati alcuni eventi celebrati con la società, e ci ha fatto piacere. Per quel che riguarda la Roma ha sempre mostrato il suo interesse per la tragedia della nostra famiglia, e se chiamata in causa non ha mai lesinato alcun tipo di sforzo per partecipare alle iniziative che abbiamo intrapreso anche con la Fondazione”


Qual’è il vostro rapporto attuale con la Curva Nord?
Cristiano: “Il mio rapporto con la Curva Nord è qualcosa di indicibile. Ricordo quando ero bambino, verso i sei o sette anni, cominciai a frequentare lo stadio con mio padre, in Tribuna Tevere, e la prima cosa che facevo quando entravo era guardare la curva, attratto da quel muro biancoceleste e da quell’incessante sostegno. Andavo in tribuna ma non vedevo l’ora di poter andare in curva. E così avvenne verso i tredici anni. E lì ho proseguito la mia ‘carriera’ da tifoso, poi emulata anche da Gabriele. La Curva Nord fa parte della mia vita. La stessa emozione del derby dello scorso anno, andare sotto la curva coperta con l’immagine di mio fratello insieme a mio figlio Gabriele, è qualcosa di indescrivibile”


Vi hanno sorpreso tutte le dimostrazioni d’affetto e di vicinanza di tanti gruppi ultrà, non solo in Italia ma anche all’estero, uno tra i tanti, lo striscione della curva del Real Madrid?
Giorgio: “La solidarietà di questi ragazzi è di gran lunga superiore a quella di tante persone ingessate, che in quei giorni bui cercavano di emettere sentenze e dire menzogne. Infatti voglio ringraziare tutti i tifosi del mondo che hanno fatto in modo che Gabriele diventasse un simbolo. Gabriele non sarà mai dimenticato, e questo per me è molto importante per andare avanti in questo dolore, visto che la sua mancanza è tangibile in ogni momento della giornata nonostante siano passati sei anni"
Cristiano: “Era la ridda dei luoghi comuni quei giorni. Tutti parlavano e straparlavano. Oltre la Spagna e il Real Madrid ci sono stati attestati intercontinentali, addirittura a Sidney sono comparsi striscioni per ricordare Gabriele. E’ diventato un’icona per molti ragazzi e spero lo sarà sempre in senso positivo”
 
La Fondazione. Come nasce? Quali sono i suoi obiettivi? Siete soddisfatti di quanto fatto finora?
Cristiano: “La Fondazione è il mezzo attraverso il quale ricordare Gabriele. Nasce per idea dell’ex sindaco Walter Veltroni, e prosegue col suo successore Gianni Alemanno. Ha avuto una genesi non semplice, non è stato facile costituirla, essendo un tipo di associazione articolata, complessa e onerosa. Un grosso aiuto è venuto anche dalla Federazione Italiana Gioco Calcio. Sono ormai quattro anni che esiste. L’obiettivo, rivolto ai giovani, è trasmettere attraverso lo sport dei valori sani all’insegna della lealtà e della legalità con interesse per il sociale. Questa piccola sede, ma dall’alto valore simbolico, visto che è nella piazza dove è nata la Lazio, è stata istituita, con la collaborazione del dottor Martucci, come una vera e propria biblioteca del calcio. Forse l’unica a Roma che contiene libri che trattano di calcio a 360 gradi. La Fondazione ha indotto il premio letterario. Sempre grazie ad essa, siamo riusciti ad aprire in tutta Italia dei gruppi donatori di sangue, di cui l’11 novembre ci sarà l’adunata nazionale. A livello patrimoniale siamo una piccola fondazione, quindi non è semplice portarla avanti. In un momento così difficile per la nazione ricevere contributi dalle persone è sempre più complicato. Speriamo di portarla avanti fino alla fine e di ricordare Gabriele in modo degno attraverso le iniziative che porteremo avanti da qui in futuro”
 
Lunedì (oggi,ndr) andrà in scena il secondo premio dedicato a Gabriele, poi quello ad Andrea Pesciarelli...
Cristiano: “Esatto. La Fondazione, per i suoi connotati, proprio perché una piccola fondazione rispetto a tante altre, a quelle che magari si sentono spesso e volentieri in televisione, deve fare sempre i calcoli con quello che può spendere, dove possiamo arrivare e però può essere l'esempio della necessità forse di più aspetto umano, di più umanità in questo momento storico di materialità. La prossima edizione del premio letterario dedicato ad Andrea Pesciarelli, un giornalista e un amico che ci è stato anche vicino in quei giorni della tragedia e che si è delicatamente avvicinato alla nostra famiglia per raccontarla, saremo ospiti di una scuola. Non lo faremo nella bellissima sala, com'è stata per la scorsa edizione, nella Protomoteca del Campidoglio, ma ci è sembrato proprio che, farla all'interno di una scuola, potesse rientrare nei canoni della fondazione e quindi il prossimo 11 novembre saremo ospiti dell'istituto comprensorio La Giustiniana e lì alla presenza sia dei componenti del consiglio d'amministrazione e anche delle autorità che prenderanno parte al ricordo di Gabriele, primo fra tutti anche il Presidente della regione Zingaretti, ci troveremo a premiare i vincitori di quest'edizione del festival letterario”
 
Un'ultima domanda: cosa vi ha dato e cosa vi ha tolto la Lazio?
Giorgio: “Quando stavamo venendo da voi, lo stavo dicendo prima a Cristiano, parlavo della partita di coppa di ieri sera (Lazio-Limassol) e gli raccontavo che a un certo punto mi sono addormentato, ci sono stati 5, 10 minuti così. E non mi era mai successo. Questo mi dispiace perchè io ho sempre visto con grande emozione le partite della Lazio, da giovane mi facevo tutte le mie trasferte anche io e fino agli anni 2000 quando abbiamo vinto lo scudetto non sono mai mancato la domenica sugli spalti. Invece ieri sera mi è capitato questo e devo dire che, non tanto per quello che faceva vedere la squadra che era un po deficitaria, quanto perchè non riesco più a sentire quel trasporto nel cuore. Mi manca qualcosa e forse in fondo questo qualcosa so cos'è ma non lo voglio dire. Mi dispiace per lui (Cristiano) che ancora magari se la prende e mi dispiace per Gabriele che è li e che comunque so che da lassù tifa sempre come faceva quando andava ogni domenica insieme ai suoi amici a tifare Lazio. Oggi penso che un po' di lazialità non ci sia più, quella che ho vissuto io non c'è più. Peccato perché era come amare la propria moglie, la propria compagna, la fidanzata, la figlia. Oggi non riesco più ad amarla così la Lazio. Lo devo dire, purtroppo”
Cristiano: “Per me la Lazio che c'è stata tramandata proprio da mio padre, io l'ho vissuta visceralmente. In parte me l'hanno tolta. Ma me l'hanno tolta perché mi hanno tolto Gabriele. Perché purtroppo era una passione che condividevo in modo cosi incessante durante tutta la settimana, non passava un giorno in cui magari l'argomento o un pensiero non ricadesse sulla Lazio. E quindi me l'hanno tolta perché mi hanno strappato mio fratello. Ritornare allo stadio senza averlo accanto è sempre brutto quindi, da quando è successo , soltanto tre volte sono riuscito a ritornarci. 
Tutte e tre le volte perché si ricordava Gabriele e inevitabilmente associo la Lazio anche alla perdita di mio fratello. Ciò non toglie che sia qualche cosa di importante nella mia vita e lo sarà sempre e dovrò cercare anche di superare questo impatto che non è mai semplice con lo stadio anche per portarci mio figlio Gabriele con più assiduità. Vorrò fargli vivere quella sana passione che ho vissuto io e lo dovrò fare anche con il sorriso e con l'orgoglio che caratterizzava lo zio, e sarà un impegno”.

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