04 nov 2013

Flop Lazio. Di chi sono le colpe?

Una partita per riprendere fiato, per non perdere ulteriore terreno nella corsa a un posto in Europa. Lazio-Genoa doveva essere tutto questo, almeno nelle intenzioni di tecnico e squadra, e invece si è tramutata in una disfatta con poche attenuanti, in un ko che lascia i biancocelesti in apnea e con pochi appigli ai quali aggrapparsi per ripartire. Inter e Fiorentina scappano, accompagnate dalla sorpresa Verona. La zona Europa League è distante sei punti, il terzo posto -obiettivo sbandierato da società e allenatore a inizio stagione- invece è a 13 lunghezze. Un abisso impossibile da colmare considerato il ritmo tenuto dalle prime e la distanza già accumulata. Primo obiettivo stagionale già fallito? Molto probabile, se non ormai certo: "La Lazio è grande e deve pensare in grande", così parlava Candreva meno di un mese fa a domanda se l'obiettivo terzo posto fosse possibile. "Dobbiamo crederci" facevano eco Tare e Radu. Una pensiero condiviso da società tecnico e giocatori. La realtà nuda e cruda, però, parla di una Lazio capace di vincere solo 4 partite su 11, raccogliendo meno della metà dei punti a disposizione (15 su 33). 
 La squadra gioca male, colpa anche di un'identità tattica che in casa Lazio sta diventando sempre più una chimera. Solo contro Trabzonspor e Fiorentina, al via, si sono visti in campo gli stessi 11. Colpa degli infortuni, certo, ma anche di una mal celata confusione che regna nelle idee di Petkovic. Il tecnico di Sarajevo era partito con l'intenzione di utilizzare il 4-2-3-1, con Biglia e Ledesma davanti alla difesa ed Hernanes riportato sulla linea di trequarti, questi gli esperimenti provati e riprovati tra Auronzo e Fiuggi. 

Un progetto abortito dopo il tracollo in Supercoppa Italiana quando il centrocampo laziale venne sovrastato da quello juventino con profonda ira di Lotito che non lesinò critiche al proprio allenatore. Strali arrivati a bersaglio, tanto da spingere Petko a provare prima il 4-4-1-1 (con Candreva alle spalle di Klose) e affidarsi poi al ritorno al 4-1-4-1. Numeri che Petkovic ha sempre sottovalutato: "Sono importanti i princìpi, non i moduli". Eppure la Lazio appare aver smarrito anche i principi basilari. Non possono non far riflettere la difficoltà della squadra di arrivare a concludere con azioni manovrate, l'imbarazzo in fase difensiva e l'ormai perdurante mancanza di gioco. I numeri sono impietosi, fotografano perfettamente una crisi tecnica nella quale i biancocelesti sono piombati da gennaio. E se è vero che la prima Lazio targata Petkovic viaggiava a velocità elevata, è altrettanto vero che i numeri dall'inizio della stagione scorsa a oggi raccontano una realtà da settimo posto. Perché Petkovic in 49 gare di campionato sulla panchina della Lazio ha vinto in 22 occasioni, perdendo 17 partite e pareggiandone 10, conquistando 76 punti su 147 a disposizione. La media dice 1,55 punti a partita e quindi una proiezione da settimo-ottavo posto che vuol dire niente Europa e anonimato. Lecito aspettarsi di più, anche perché lo stesso Petkovic fu uno dei primi a parlare di obiettivo Champions ed è proprio il tecnico di Sarajevo a usare insistentemente il verbo dominare, senza rendersi conto -forse-che la Lazio ha uno score da classifica medio-bassa e palesa evidenti limiti di mentalità. In trasferta è arrivata solo una vittoria nel 2013 e in questo campionato solo Catania e Chievo hanno fatto peggio. Ma è dal girone di ritorno dello scorso campionato che i numeri diventano da incubo: 30 partite disputate e ben 13 ko a fronte di 10 successi e 7 pareggi. Media da lotta salvezza.

Ma non può essere solo colpa del tecnico se la Lazio si è stabilizzata tra il settimo e l'ottavo posto. Il mercato estivo ha lasciato perplessi tifosi e addetti ai lavori e il flop Yilmaz non ha fatto altro che acuire il malcontento dell'ambiente. Serviva un attaccante di primo livello, che potesse affiancare o sostituire Klose nel momento in cui il tedesco si sarebbe fermato. Lo aveva chiesto Petkovic, lo richiedeva il buon senso. E' arrivato Perea, punta dalle qualità interessanti, ma ancora acerbo per sostenere il ruolo di vice-Klose. A Formello sono approdati anche Felipe Anderson, Berisha, Vinicius, Elez, Biglia e Novaretti. Giovani di belle speranze. Biglia a parte. Un mercato incompleto, un azzardo che ha finito per condannare Petkovic a fare i conti con una rosa incompleta nei reparti di difesa e attacco. Mancano un centrale di qualità e un attaccante in grado di fungere da spalla o alternativa a Klose, questa l'opinione diffusa e questo è ciò che conferma il campo. Un mercato deficitario, proprio quando alla società era chiesto il definitivo salto di qualità dopo il successo del 26 maggio. Un film già visto, una pellicola andata in scena nel 2007 dopo la qualificazione in Champions e nel 2009 quando arrivò il primo trofeo della presidenza Lotito. Un errore dal quale sembra non si voglia imparare.

fonte: lalaziosiamonoi

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