08 ott 2013

Lotito e i suoi fallimenti

Ci risiamo. Sono bastati un paio di buoni risultati e come d’incanto Lotito è rispuntato fuori, come i funghi che puntualmente sbucano in ogni dove con l’arrivo delle prime piogge che segnano la fine dell’estate e annunciano l’autunno. Lo ha fatto con la solita intervista senza contraddittorio, con l’ennesimo show in cui il giornalista o il comunicatore di turno non fa mai domande scomode o di quella elementare spontaneità dettata dalla logica di chi non può fare a meno di replicare davanti ad affermazioni assurde o autocelebrazioni in cui a volte si stravolge anche la realtà, fatti che sono sotto gli occhi di tutti. Insomma, mai un botta e risposta.

La Lazio è mia e la gestisco io, ha detto nel suo ultimo show nella sede de “Il Messaggero”, con uno slogan che ricorda quello degli anni 70 del movimento femminista in cui le donne rivendicavano la loro legittimità nel gestire il proprio corpo, soprattutto gli organi sessuali. Il paragone non è proprio dei più appropriati, ma il significato è lo stesso: non devono esserci ingerenze esterne nella gestione di ciò che si considera proprio. E così, come ciclicamente accade, l’azionista di maggioranza viene con questa sua a dirci che non c’è trippa per gatti, che la Lazio è solo e soltanto sua, che l’ha pagata più di quanto valeva e che la risollevata portandola ai vertici e, dulcis in fundo, non la venderà…mai! Di solito queste esternazioni le fa quando sente puzza di bruciato, quando ha paura che qualcuno voglia rubargli il giocattolo e, allora, speriamo che qualche male intenzionato ci sia veramente all’orizzonte! Partendo dal presupposto che sulla cifra che (dice lui… ) ha pagato la Lazio nel 2004 rispetto al valore reale ci sarebbe da discutere a lungo (e comunicazione ufficiali alla mano sarebbe facile smentirlo), nessuno gli disconosce di avere operato inizialmente da buon ragioniere, riequilibrando una situazione debitoria resa tale soprattutto dalla gestione bancaria post Cragnotti, e che ha ottenuto anche grazie alle sue capacità, oltre che alla gente laziale scesa in piazza al suo richiamo alle armi, una dilazione del debito con l’Agenzia delle Entrate. Con gli elogi, però, ci fermiamo qui, perché dopo sono seguiti solo comportamenti presuntuosi, offensivi, ipocriti e forse anche qualcosa di più. Perché ha subito accentrato tutti i poteri e le cariche su di lui, non ha trovato un direttore sportivo fino a Dicembre 2004, per poi defenestrarlo a Giugno così come con i successivi, fino a trovare in Tare il giusto consigliere di corte. Perché in nome di un finto “risparmio” ha cacciato laziali che della società di cui lui si sente proprietario avevano fatto la storia: da Lovati a Patarca, passando per Pulici, tutta gente che avrebbe continuato a lavorare a Formello forse anche senza stipendio, perché loro la Lazio ce l’hanno dentro, non sul conto in banca. Ha preso la scena con i suoi siparietti radio-televisivi, diventando in breve tempo una macchietta, una caricatura. E purtroppo lo ha fatto legando il suo nome sempre alla Lazio, ridicolizzando una tifoseria che ha sempre fatto dello stile la sua caratteristica pecuniaria in una città come Roma dove puponi e coatti hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo.

Mitiche le sue partecipazioni né “I Cesaroni” vicino ad Amendola o né ”L’allenatore nel pallone 2” in cui duetta con Banfi, guarda caso due tifosi della Roma dichiarati. Interminabili i suoi escursus storici e filosofici per parlare di “calcio”, indimenticabili le sue frasi latine, esilaranti le scuse addotte per il puntuale mancato arrivo di rinforzi per la squadra alla fine di ogni sessione di mercato. Noi laziali, secondo lui, dobbiamo capire che la società è sua e la gestisce come meglio crede, quindi dobbiamo soltanto fare gli abbonamenti, pagare Sky e Mediaset Premium, comprare magliette e tute e ringraziarlo in eterno.


La realtà, invece, è che visto che la Lazio è sua, allora andrebbe lasciato proprio solo, senza abbonamenti allo stadio o alle Pay tv e senza quel poco di merchandising che gli rimane. Perché visto quello che costa non credo che si divertirebbe ad affittare l’Olimpico per un pugno di aficionados o di lecchini di turno, così come non credo che le televisioni accetterebbero di buon grado di trasmettere immagini desolanti di uno stadio semideserto continuando però a versare denari come se la Lazio fosse ancora il sesto bacino di utenza. Forse anche qualche porticina politica gli si chiuderebbe d’incanto e diventerebbe difficile per lui fare il bello e il cattivo tempo pure in Lega come fa da anni. Perché chi viene lasciato solo è infinitamente più debole di chi viene contestato.
Sperando che non si offenda, poi, continuiamo a stentare a credere che lui tifi veramente Lazio dall’età di sei anni. Magari voleva dire da sei anni, e comunque il suo tifare sa di poco di disinteressato e di passione, quella che ci ha portato a stare vicini a questa squadra anche quando stava ad un passo dal baratro sportivo. Già, perché qui si parla di passione, in alcuni casi di fede calcistica, e questa andrebbe alimentata e rispettata, non oltraggiata e ridotta a “sparute minoranze”, che poi tanto sparute non sono.

E’ condivisibile quando afferma che: La qualità degli uomini non è legata alla loro storia sportiva. Bisogna essere degli esempi anche nella vita", peccato lo facciariferendosi ai grandi personaggi della storia biancocelesteda lui“esodati”. Quelli come Lovati o Pulicidai quali qualcosa abbiamo comunque imparato, mentre non riusciamo a trarre grandi esempi da seguire nei suoi di comportamenti, nei quali di laziale vediamo veramente poco. Per non dire nulla. Di certo non ci ha insegnato l’umiltà, visto che afferma: "Sono avanti di cinque-dieci anni rispetto agli altri. Adesso in Lega l’hanno capito e mi ascoltano in silenzio, anche per questo il peso della Lazio è cresciuto”. Che sia avanti qualche anno rispetto a noi comuni mortali ce lo auguriamo, ma solo nella speranza che questa agonia finisca anche solo fisiologicamente prima del previsto. Ma sul peso della Lazio bisogna capire se si riferisse alla possibilità di influire nelle decisioni che contano o ai chili complessivi della squadra, Dias in testa. O quando dopo l’esordio in Coppa di Felipe Andersion e Perea dal primo minuto dice: Non sono sorpreso, i fatti mi stanno dando ragione, come sempre…”.  E come sempre, aggiungiamo noi, si sarebbe eclissato senza quei due gol nel finale di Floccari con la complicità del portiere del Trabzonspor, Kivrak.


Lui dice “la Lazio è mia”, mentre la storia racconta che la Lazio non è stata di Lenzini, Gian Casoni, Chinaglia, Calleri o Cragnotti, e neppure della banca, ma della gente che non l’ha mai abbandonata. Perché, ad esempio, Lenzini, Gian Casoni, Chinaglia, Calleri e Cragnotti sono stati molto più proprietari di lui della Lazio, perché avevano tutta la società e non i due/terzi e andavano avanti con i soldi loro e di quelli che portavano i tifosi. E non hanno mai detto “la Lazio è mia”, estromettendo di fatto i tifosi, relegandoli in un angolo a semplici spettatori passivi del destino dellla società. Per questo Lenzini, Gian Casoni, Chinaglia, Calleri e Cragnotti sono stati i miei Presidenti, mentre Lotito non sarà mai il mio presidente. E sul figlio valuterò al momento opportuno, anche se spero di non dover mai fare un paragone con il padre, perché un Lotito è stato già abbastanza. Anche troppo.Perché così come la Lazio è, e non deriva da qualcosa come altri, la Lazio non è di Lotito, ma un po’ di tutti: di quelli che fanno i sacrifici per seguirla, di quelli che anche se non stanno allo stadio hanno sempre un auricolare per sapere se vince o se perde, di quelli che la considerano la cosa più importante delle cose meno importanti, di chi come me il 14 Maggio del 2000 a Perugia aspettava il triplice fischio di Collina chiuso in macchina, con fuori il diluvio che imperversava e la gente che mi guardava incredula mentre ero stravolto dalla sofferenza. Quindi basta con questi appropriamenti indebiti, basta con queste estorsioni di consenso preventivo, basta con questi atteggiamenti da guru. Ma se fosse realmente preso da crisi mistico-esistenziale e volesse rivolgersi veramente ad un santone, allora si rivolga al guru Affan! E vada pure e una volta per tutte “Affan guru”...

fonte: millenovecento
 Paolo Scafati

Nessun commento: